Materiali e Attrezzature


TECNICA DEL MOSAICO

In età antica la tecnica del mosaico  era una arte  considerata una delle tecniche di maestranza più diffusa e specialistica dove ogni artista poteva anche aspirare alla fama. In epoca greco-romana, ogni artista artigiano apparteneva ad un laboratorio itinerante, che veniva richiesto nei vari luoghi per operare direttamente sul posto, ogni artigiano aveva una specifica mansione :

  • “ Pictor imaginarius” era colui che tracciava il disegno sul cartone e ne suggeriva i relativi colori.
  •  “ Pictor Parietarius” riportava il disegno dal cartone sulla superficie da rivestire, ingrandendolo in proporzione allo spazio da decorare e adattandolo al contesto architettonico.
  • “ Calcis coctor” e il “ Pavimentarius” erano semplici manovali il primo era l’addetto alla fabbricazione della calce mentre il secondo si occupa degli strati atti a preparare il piano su cui comporre il mosaico.
  • “ Tessellarius”: realizzava i fondi e le parti più semplici del mosaico.
  • “ Musaearius”: era il maestro mosaicista che eseguiva le parti figurative e quelle più complesse del mosaico inserendo le tessere nel cemento con varie inclinazioni in modo da ricrearne i migliori effetti.

La tecnica musiva venne precedentemente usata in epoca greca ma fu in epoca romana che la decorazione dell’arte musiva
si diffuse notevolmente tanto da comprendere tutte le classi sociali, nella storia dell’arte  infatti  vi sono manifatture diverse a seconda della scuola di appartenenza e dal tipo di commissione.
La grande organizzazione di queste squadre di artisti era tale da soddisfare ogni richiesta.

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Vari generi dell’arte musiva:

OPUS SIGNUM:
Antica pavimentazione con semplici figure geometriche a base di calce e coccio pesto, le tessere vengono inserite molto distanziate fra loro soprattutto nei colori bianco e nero.
OPUS TESSELLATUM:
E’ una degli stili più vicina al mosaico di oggi, “tesselatum” può essere interpretato come tessera quadriforme ma in quel caso di dimensioni più grandi a quelle di oggi. Il materiale era il marmo o il cotto, le rappresentazioni potevano essere di ogni colore e difficoltà di soggetto,ma soprattutto per bordure ,fondi e disegni geometrici.
OPUS VERMICULATUM : E’ il mosaico per eccellenza ossia, è lo stile più raffinato , le tessere erano molto piccole le rappresentazioni complesse che nelle maggior parte dei casi raffiguravano animali, persone o soggetti con molte sfumature tonali. Per questo stile veniva usato il marmo, le pietre dure, onice e in alcuni casi smalto e oro.
Gli emblemata ossia le raffigurazione più importanti di un opera musiva venivano eseguite con questo stile romano caratteristico di una maestranza artistica di qualità.
OPUS SECTILE : Era considerato lo stile romano più prezioso opere con opus sectile le troviamo infatti in ville o palazzi di imperatori o nelle grandi chiese.
Il rivestimento era formato da lastre di piccolo formato in marmo o pietre dure.
Il pregio di questa manifattura era nell’intarsiare le pietre fra loro e costruirne forme geometriche di notevoli effetti policromi.

Agli inizi dell’epoca medioevale il ruolo del mosaicista andò pian piano simuendosi divenendo un semplice artigiano che traduceva opere di artisti.
Nella storia successiva non sentiamo parlare molto della nobile arte del mosaico in effetti la sua entità viene riassunta come arte minore, si riavrà una sua rinascita dell’entità del mosaicista soltanto nei primi del 900 .
L’artista mosaicista in epoca moderna è colui che oltre a conoscere la tecnica del mosaico e le sue potenzialità espressive, crea e personalizza la sua opera basandosi sul suo stile e la sua entità di essere artista, ossia creando un suo stile espressivo e comunicativo.

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I MATERIALI

Il mosaico può essere eseguito con numerosi materiali, distinti a seconda dell’impiego a cui sono destinati in tre categorie : quelli che costituiscono le tessere, dei punti di colore che definiscono il disegno; quelli con funzione legante che penetrando negli interstizi, catturano le tessere facendole aderire al supporto o al sottofondo e svolgono contemporaneamente una funzione cromatica, altrettanto importante in quanto colorando opportunamente la base si po’ attenuare o far risaltare le tonalità del disegno; i collanti che vengono utilizzati soprattutto nel metodo diretto su stucco provvisorio, uno dei più utilizzati, servono per far aderire la tarlantana alle tessere. I materiali che hanno conosciuto un impiego costante nel tempo e che hanno caratterizzato i mosaici più belli e famosi sono stati realizzati con smalti, marmi e oro. Questo elenco è ben lungi dall’essere esaustivo in quanto, fin dall’antichità, l’arte musiva si è avvalsa di una grandissima varietà di materiali. Possiamo dividerli in due grandi categorie: quelli lapidei,cioè quei minerali e rocce con caratteristiche di buona lavorabilità che consentono quindi il taglio in tessere di piccole dimensioni, e quelli vetrosi costituiti in prevalenza da smalti colorati, oro e argento.

 

IL MATERIALE LAPIDEO

I materiali lapidei sono stati utilizzati, fin dall’antichità, prevalentemente per la realizzazione di mosaici pavimentali, in quanto oltre ad essere resistenti all’usura e agli agenti atmosferici, si prestano ad essere levigati e lucidati, operazione indispensabile per far risaltare le tinte altrimenti opache.Talvolta esso è stato utilizzato anche per i mosaici parietali. Gran parte della produzione musiva più antica, fino al 1° sec. d.C., ha utilizzato quasi esclusivamente lapidei locali, impiegando speso rocce comuni.
Solo in epoca imperiale con il diffondersi del gusto per lo sfarzo, fù avviata l’importazione di sempre maggiori quantità di materiali pregiati.Con la caduta dell’impero e la conseguente cessazione dell’attività estrattiva (dal medioevo al XIX sec.), i lapidei continuarono ad essere impiegati grazie alla spoliazione dei templi, terme e basiliche e al conseguente reimpiego dei materiali. Nel corso dei secoli la maggior parte delle cave si è esaurita, per questo oggi si è soliti chiamare il materiale lapideo impiegato in epoca greco-romana “marmo antico”, comprendendo in esso tutte le pietre ornamentali e da costruzione a prescindere dalla loro composizione geologica.

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Le rocce sono aggregati dello stesso minerale o di minerali diversi che si prestano in ammassi rilevanti sulla superficie o all’interno della crosta terrestre. Rispetto alla loro origine, le rocce si dividono in tre gruppi: metamorfiche, vulcaniche e sedimentarie. Il marmo e una roccia metamorfica a struttura granulare saccaroide, derivata da trasformazione dovuta alla temperatura o alla pressione subita da calcari duri o dolomitici. Esso può essere di varia origine, durezza e composizione, dalla tessitura più o meno fine e in natura esiste una grandissima varietà di colori. Come tutte le rocce calcaree, il marmo può essere tagliato facilmente con la martellina, non è molto poroso e quindi resiste a lungo; inoltre, a seconda della composizione chimica e delle impurità presenti, può essere bianco o in varie altre tonalità. La colorazione e la durezza rendono un marmo più o meno adatto a questo scopo.Le rocce sedimentarie derivano da deposito di vario tipo quali detriti di rocce preesistenti, sostanze sciolte nell’acqua, resti animali o vegetali e materiali incoerenti presenti nei fenomeni eruttivi. Tra questo tipo di rocce le principali sono i calcari (travertini e alabastri), i ciottoli e carboni fossili (ligniti e antraciti).
Il travertino e l’alabastro calcareo, sono rocce di deposito chimico-fisico ma di aspetto molto simile al marmo. Il primo ha la superficie molto porosa, la stesa durezza del marmo e colorazioni molto chiare, soprattutto giallastre, il secondo invece presenta tonalità che vanno dal bianco-rosato al bianco-dorato. Tra le rocce calcaree non bisogna dimenticare quelle di origine sedimentaria-organogena, le lumachelle, nelle quali sono visibili i residui fossili e che hanno varie colorazioni a seconda delle impurità presenti. Le rocce di origine vulcanica, come i graniti, porfidi, i basalti, le pietre pomici, le ossidiane e le dioriti, sono derivate dal consolidamento di materiale magmatico proveniente dagli strati profondi della crosta terrestre nonostante siano più compatte e meno facili da lavorare come del marmo, hanno trovato largo utilizzo nell’arte musiva, soprattutto nei pavimenti “opus sectile” e nelle tarsie, dove i singoli elementi hanno dimensioni maggiori.
I graniti sono composti di ortoclasio, quarzo e mica e, a seconda della purezza, assumono delle colorazioni che vanno dal grigio al nero e dal verde al rosso. I porfidi hanno una composizione simile a quella dei graniti, ma una struttura diversa, costituita da cristalli dispersi i una massa compatta e con tonalità che vanno dal rosso-viola al verde. Infine le dioriti, costituite da feldspati e anfiboli con una struttura granulare, hanno colorazioni variabili dal grigio al verde scuro.

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IL MATERIALE VETROSO

La tessera a pasta vitrea, impropriamente definite smalti, vengono prevalentemente utilizzate nei mosaici parietali, a differenza di quelle di marmo, che si utilizzano in quelli pavimentali. Le paste vitree fecero la loro prima comparsa nel IV sec. a.C. nel bacino mesopotamico dell’Egitto ed i particolare ad Alessandria e nel I sec. a.C. Roma ne acquisì la tecnica estendendola a tutto l’Impero. Furono però i Greci per primi ad utilizzare le tessere di vetro quando le tonalità dei marmi risultavano troppo ristrette. L’impiego di tessere vitree nel mosaico scaturì dall’esigenza di avere a disposizione di una gamma cromatica più vasta e di un materiale più leggero e quindi più adatto al rivestimento delle volte.

 

GLI SMALTI

Il materiale vetroso utilizzato nella fabbricazione delle tessere è il risultato della fusione e del successivo raffreddamento di una miscela di silice, fondenti e , per colorare, ossidi metallici. La qualità delle materie prime impiegate, il loro giusto dosaggio e il corretto raffreddamento del composto determinano la proprietà di non scheggiarsi al taglio, di mantenere inalterati il colore e la brillantezza nel tempo, di non presentare bollicine e striature sulla superficie. La pasta vitrea opaca colorata è composta per il 70% da silice, sabbia purissima nella quale la presenza di impurità di ferro non deve superare il 2%, e la restante parte di sostanze vetrificanti, fondenti, stabilizzanti, affinanti, fluidificanti, coloranti e opacizzanti. Infatti la temperatura di fusione del vetro si aggira sui 1700°C., ma aggiungendo all’impasto le sostanze chiamate fondenti, costituite carbonato di potassio o di sodio, o più spesso da ossido di piombo, si riesce ad abbassare la temperatura di fusione intorno ai 1300°-1400° C. La presenza di fondente rende la pasta più lavorabile ma al tempo stesso riduce la resistenza dello smalto all’attacco dell’umidità; per questo si rende necessaria l’aggiunta dello stabilizzante che ha la funzione di ridurre al minimo questi fenomeni. Nella composizione del vetro si devono inoltre aggiungere gli opacizzanti per rendere la massa vetrosa non lucida , in genere essi sono composti da ossidi metallici ( una volta si utilizzava l’anidride solforosa ottenuta dalle ceneri delle osa ) e gli affinanti utilizzati per migliorare l’impasto facilitando la fuoriuscita delle bollicine di gas e costituiti da anidride arseniosa e nitrato sodico. Per colorare lo smalto si aggiungono in genere ossidi metallici come l’ossido di cobalto per il blu, l’ossido rameico per il verde, l’ossido rameoso per il rosso e quello di zinco per il bianco. A seconda del tipo di colorante impiegato, della temperatura di fusione e delle condizioni di cottura, la pasta vitrea assume tinte diverse. Le materie prime vengono polverizzate, mescolate e portate a fusione entro appositi forni intermittenti del tipo a crogiolo, molto simili a quelli utilizzati nell’antichità. A fusione avvenuta, la massa viscosa viene lasciata raffreddare fino alla temperatura di lavorazione di 900° C., si versa quindi su un piano metallico e si schiaccia con una pressa o un rullo. Si ottengono così delle piastre di forma rotondeggiante dette pizze dello spessore di1-2 cm. E con un diametro che varia dai 15 ai 30 cm. Queste vengono fatte raffreddare molto lentamente in speciali forni di ricottura fino a raggiungere temperatura ambiente. Il tempo necessario per questa operazione varia a seconda dello spessore delle piastre e del tipo di impasto da 3 a 12 ore ed è molto importante perché riduce al minimo le tensioni interne alla massa vetrosa evitando così che si verifichino sfaldamenti e scheggiature durante il taglio della tessera.

 

GLI SMALTI D’ORO E D’ARGENTO

Anche la produzione di smalti d’oro e d’argento è rimasta sostanzialmente immutata dall’antichità ad oggi. Il primo utilizzo di vetri dorati si ebbe verso il III sec. d.C. a Roma con dei dischi aurei incassati nelle pareti dei loculi delle catacombe. L’impiego delle tessere si ebbe più tardi verso il IV-V sec. d.C., per divenire solo in epoca bizantina e fino ala fine del medioevo un elemento caratteristico. Il procedimento di fabbricazione è cambiato nel tempo. I romani usavano applicare una sottilissima foglia d’oro a freddo fissandola con delle resine organiche al fondo e alla cartellina, una pellicola di vetro sottilissimo serviva da protezione. I bizantini invece posavano questa preziosa lamina metallica su una lastra di fondo opportunamente inumidita e la ricoprivano con un sottile strato di vetro in polvere, alla fine fondevano il tutto in modo tale da ottenere una massa vetrosa compatta. Questo metodo venne migliorato dai maestri vetrai veneziani nel XIV sec..
Essi usavano far aderire la lamina d’oro alla lastra di fondo con la chiara d’uovo, quindi la ricoprivano con un sottile strato di vetro e la rimettevano a cuocere nel forno con un peso sopra in modo che aderisse perfettamente. Attualmente a livello artigianale gli smalti vengono prodotti applicando ad umido la foglia d’oro su di una lastra di vetro di circa 8-10 mm che funge da sostegno e che viene poi introdotta in forno ricoperta da una sottile pellicola di 0,8-1 mm di vetro fuso. Nell’industria moderna il metodo più usato consiste nell’applicare la lamina su un cilindro cavo di vetro molto sottile, che funge da cartellina, preventivamente bagnato con acqua distillata. Questo viene poi sovrapposto, dal lato della foglia, alla piastra di fondo e messo in forno. Quando, per effetto del calore, la cartellina di distende sulla piastra, viene estratta dal forno e pressata con un rullo metallico. Attualmente, per ottenere varie tonalità d’oro o d’argento vengono colorati sia la cartellina che il vetro di fondo.

 

GLI SMALTI FILATI

Oltre ai sistemi di lavorazione dello smalto appena descritti, con i quali si realizzano le tessere attraverso il taglio delle pizze, esiste un altro tipo di produzione denominato filatura che consente di ottenere tessere di dimensioni inferiori al millimetro per la realizzazione dei mosaici così detti minuti o in miniatura.
La tecnica dello smalto filato,elaborata verso il 1770 presso lo studio del Mosaico Vaticano, consiste appunto nel filare la pasta vitrea colorata in sottilissime bacchette, delle teche, di sezione rettangolare o quadrata, dalle quali si ottengono le minutissime tessere.Per la filatura vengono impiegate piastre di madritinte, cioè paste vitree colorate nella cui miscela base è presente un’alta percentuale di ossidi colorati. A seconda delle sfumature di colore che si vuole ottenere si mescolano pezzetti di madritinte diverse e si procede poi alla fusione attraverso il forno a crogiolo.
Quando la massa vetrosa si è fusa viene poi filata, cioè tirata a mano con delle pinze da fuoco, fino a che si ottiene la teca dello spessore voluto.Le teche misurano normalmente 2-3 m. di lunghezza e sezioni che vanno da 1 a 4-5 mm. Esse non richiedono ricottura e vengono lasciate raffreddare per poi essere opportunamente sezionate.
Con questo tipo di lavorazione si possono ottenere una gamma infinita di tonalità semplicemente mescolando madritinte diverse.

ALTRI MATERIALI PER IL MOSAICO

Nelle composizioni visive possono essere utilizzati altri materiali: pietre dure o semipreziose , madreperle e terrecotte.Le pietre dure o semipreziose quali agate, lapislazzuli,giade, onici e quarzi, oltre a problemi di costo, presentano difficoltà di taglio che richiedono l’utilizzo di strumenti sofisticati.La madreperla è lo strato interno della conchiglia di vari molluschi; la struttura lamellare, in cui strati calcarei si succedono ad altri di sostanza organica.
Fino a qualche anno fa era di uso corrente, oggi, diventata costosa e di non facile reperibilità, viene sostituita da materie plastiche. La terra cotta è un prodotto ceramico a pasta porosa, fabbricato con argilla naturale cotta ad una temperatura tra gli 800 e i 1000° C. Nonostante la facile lavorabilità, il loro utilizzo è limitato dalla ristrettezza cromatica e dalla relativa fragilità.

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  • MARTELLINA WIDIA gr 450
  • TAGLIOLO ACCIAIO
  • TAGLIOLO WIDIA
  • TENAGLIE MARMO
  • TENAGLIE SMALTO
  • PINZETTE
  • CEPPO
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