TECNICA DEL MOSAICO
In età antica la tecnica del mosaico non era una arte minore ma veniva considerata una delle tecniche di maestranza più diffusa e specialistica dove ogni artista poteva anche aspirare alla fama.In epoca greco-romana, ogni artista artigiano apparteneva ad una squadra, quest’ultimi, avevano una loro mansione specifica:
Il “ Pictor imaginarius” era il creatore che tracciava il disegno sul cartone e ne suggeriva i relativi colori.Il “ Pictor Parietarius” riportava il disegno dal cartone sulla superficie da rivestire, ingrandendolo in proporzione allo spazio da decorare e adattandolo al contesto architettonico.
Il “ Calcis coctor” e il “ Pavimentarius” erano semplici manovali il primo era l’addetto alla fabbricazione della calce mentre il secondo si occupa degli strati atti a preparare il piano su cui comporre il mosaico.Il “ Tessellarius”: realizzava i fondi e le parti più semplici del mosaico.Il “ Musaearius”: era il maestro mosaicista che eseguiva le parti figurative e quelle più complesse del mosaico inserendo le tessere nel cemento con varie inclinazioni in modo da ricrearne i migliori effetti.
In epoca romana, la decorazione dell’arte musiva si diffuse in tutte le classi sociali, noteremo infatti manifatture diverse a seconda della scuola di appartenenza e dalla bravura dei vari artisti presenti nel gruppo, sono rari ma secondo “ Plinio” ci sono dei mosaici firmati da artisti mosaicisti dell’epoca o da laboratori di mosaico che in tempi antichi avevano acquisito pregio per la buona manifattura di esecuzione di un mosaico.
Oltre alla manifattura con il grande sviluppo dell’opera a mosaico troviamo diversi stili di esecuzione che ne caratterizzano periodo e importanza di committenza.
La grande organizzazione di queste squadre di artisti era tale da soddisfare ogni richiesta.
Vari generi dell’arte musiva:
OPUS SIGNUM:
Antica pavimentazione con semplici figure geometriche a base di calce e coccio pesto, le tessere vengono inserite molto distanziate fra loro soprattutto nei colori bianco e nero.
OPUS TESSELLATUM:
E’ una degli stili più vicina al mosaico di oggi, “tesselatum” può essere interpretato come tessera quadriforme ma in quel caso di dimensioni più grandi a quelle di oggi. Il materiale era il marmo o il cotto, le rappresentazioni potevano essere di ogni colore e difficoltà di soggetto,ma soprattutto per bordure ,fondi e disegni geometrici.
OPUS VERMICULATUM : E’ il mosaico per eccellenza ossia, è lo stile più raffinato , le tessere erano molto piccole le rappresentazioni complesse che nelle maggior parte dei casi raffiguravano animali, persone o soggetti con molte sfumature tonali. Per questo stile veniva usato il marmo, le pietre dure, onice e in alcuni casi smalto e oro.
Gli emblemata ossia le raffigurazione più importanti di un opera musiva venivano eseguite con questo stile romano caratteristico di una maestranza artistica di qualità.
OPUS SECTILE : Era considerato lo stile romano più prezioso opere con opus sectile le troviamo infatti in ville o palazzi di imperatori o nelle grandi chiese.
Il rivestimento era formato da lastre di piccolo formato in marmo o pietre dure.
Il pregio di questa manifattura era nell’intarsiare le pietre fra loro e costruirne forme geometriche di notevoli effetti policromi.
Agli inizi dell’epoca medioevale il ruolo del mosaicista andò pian piano simuendosi divenendo un semplice artigiano che traduceva opere di artisti.
Nella storia successiva non sentiamo parlare molto della nobile arte del mosaico in effetti la sua entità viene riassunta come arte minore, si riavrà una sua rinascita dell’entità del mosaicista soltanto nei primi del 900 .
L’artista mosaicista in epoca moderna è colui che oltre a conoscere la tecnica del mosaico e le sue potenzialità espressive, crea e personalizza la sua opera basandosi sul suo stile e la sua entità di essere artista, ossia creando un suo stile espressivo ecomunicativo.
I MATERIALI
Il mosaico può essere eseguito con numerosi materiali, distinti a seconda dell’impiego a cui sono destinati in tre categorie : quelli che costituiscono le tessere, dei punti di colore che definiscono il disegno; quelli con funzione legante che penetrando negli interstizi, catturano le tessere facendole aderire al supporto o al sottofondo e svolgono contemporaneamente una funzione cromatica, altrettanto importante in quanto colorando opportunamente la base si po’ attenuare o far risaltare le tonalità del disegno; i collanti che vengono utilizzati soprattutto nel metodo direttosu stucco provvisorio, uno dei più utilizzati, servono per far aderire la tarlantana alle tessere.I materiali che hanno conosciuto un impiego costante nel tempo e che hanno caratterizzato i mosaici più belli e famosi sono stati realizzati con smalti, marmi e oro.Questo elenco è ben lungi dall’essere esaustivo in quanto, fin dall’antichità, l’arte musiva si è avvalsa di una grandissima varietà di materiali.Possiamo dividerli in due grandi categorie: quelli lapidei,cioè quei minerali e rocce con caratteristiche di buona lavorabilità che consentono quindi il taglio in tessere di piccole dimensioni, e quelli vetrosi costituiti in prevalenza da smalti colorati, oro e argento.
IL MATERIALE LAPIDEO
I materiali lapidei sono stati utilizzati, fin dall’antichità, prevalentemente per la realizzazione di mosaici pavimentali, in quanto oltre ad essere resistenti all’usura e agli agenti atmosferici, si prestano ad essere levigati e lucidati, operazione indispensabile per far risaltare le tinte altrimenti opache.Talvolta esso è stato utilizzato anche per i mosaici parietali.Gran parte della produzione musiva più antica, fino al 1° sec. d.C., ha utilizzato quasi esclusivamente lapidei locali, impiegando speso rocce comuni.Solo in epoca imperiale con il diffondersi del gusto per lo sfarzo, fù avviata l’importazione di sempre maggiori quantità di materiali pregiati.Con la caduta dell’impero e la conseguente cessazione dell’attività estrattiva ( dal medioevo al XIX sec.), i lapidei continuarono ad essere impiegati grazie alla spoliazione dei templi, terme e basiliche e al conseguente reimpiego dei materiali.Nel corso dei secoli la maggior parte delle cave si è esaurita, per questo oggi si è soliti chiamare il materiale lapideo impiegato in epoca greco-romana “marmo antico”, comprendendo in esso tutte le pietre ornamentali e da costruzione a prescindere dalla loro composizione geologica.Le rocce sono aggregati dello stesso minerale o di minerali diversi che si prestano in ammassi rilevanti sulla superficie o all’interno della crosta terrestre. Rispetto alla loro origine, le rocce si dividono in tre gruppi: metamorfiche, vulcaniche e sedimentarie. Il marmo e una roccia metamorfica a struttura granulare saccaroide, derivata da trasformazione dovuta alla temperatura o alla pressione subita da calcari duri o dolomitici.Esso può essere di varia origine, durezza e composizione, dalla tessitura più o meno fine e in natura esiste una grandissima varietà di colori. Come tutte le rocce calcaree, il marmo può essere tagliato facilmente con la martellina, non è molto poroso e quindi resiste a lungo; inoltre, a seconda della composizione chimica e delle impurità presenti, può essere bianco o in varie altre tonalità.La colorazione e la durezza rendono un marmo più o meno adatto a questo scopo.Le rocce sedimentarie derivano da deposito di vario tipo quali detriti di rocce preesistenti, sostanze sciolte nell’acqua, resti animali o vegetali e materiali incoerenti presenti nei fenomeni eruttivi. Tra questo tipo di rocce le principali sono i calcari ( travertini e alabastri ), i ciottoli e carboni fossili ( ligniti e antraciti). Il travertino e l’alabastro calcareo, sono rocce di deposito chimico-fisico ma di aspetto molto simile al marmo. Il primo ha la superficie molto porosa , la stesa durezza del marmo e colorazioni molto chiare, soprattutto giallastre, il secondo invece presenta tonalità che vanno dal bianco-rosato al bianco-dorato. Tra le rocce calcaree non bisogna dimenticare quelle di origine sedimentaria-organogena, le lumachelle, nelle quali sono visibili i residui fossili e che hanno varie colorazioni a seconda delle impurità presenti. Le rocce di origine vulcanica, come i graniti, porfidi, i basalti, le pietre pomici, le ossidiane e le dioriti, sono derivate dal consolidamento di materiale magmatico proveniente dagli strati profondi della crosta terrestre nonostante siano più compatte e meno facili da lavorare come del marmo, hanno trovato largo utilizzo nell’arte musiva, soprattutto nei pavimenti “opus sectile” e nelle tarsie, dove i singoli elementi hanno dimensioni maggiori. I graniti sono composti di ortoclasio, quarzo e mica e, a seconda della purezza, assumono delle colorazioni che vanno dal grigio al nero e dal verde al rosso. I porfidi hanno una composizione simile a quella dei graniti, ma una struttura diversa, costituita da cristalli dispersi i una massa compatta e con tonalità che vanno dal rosso-viola al verde. Infine le dioriti, costituite da feldspati e anfiboli con una struttura granulare, hanno colorazioni variabili dal grigio al verde scuro.
IL MATERIALE VETROSO
La tessera a pasta vitrea, impropriamente definite smalti, vengono prevalentemente utilizzate nei mosaici parietali, a differenza di quelle di marmo, che si utilizzano in quelli pavimentali. Le paste vitree fecero la loro prima comparsa nel IV sec. a.C. nel bacino mesopotamico dell’Egitto ed i particolare ad Alessandria e nel I sec. a.C. Roma ne acquisì la tecnica estendendola a tutto l’Impero. Furono però i Greci per primi ad utilizzare le tessere di vetro quando le tonalità dei marmi risultavano troppo ristrette. L’impiego di tessere vitree nel mosaico scaturì dall’esigenza di avere a disposizione di una gamma cromatica più vasta e di un materiale più leggero e quindi più adatto al rivestimento delle volte.
GLI SMALTI
Il materiale vetroso utilizzato nella fabbricazione delle tessere è il risultato della fusione e del successivo raffreddamento di una miscela di silice, fondenti e , per colorare, ossidi metallici. La qualità delle materie prime impiegate, il loro giusto dosaggio e il corretto raffreddamento del composto determinano la proprietà di non scheggiarsi al taglio, di mantenere inalterati il colore e la brillantezza nel tempo, di non presentare bollicine e striature sulla superficie. La pasta vitrea opaca colorata è composta per il 70% da silice, sabbia purissima nella quale la presenza di impurità di ferro non deve superare il 2%, e la restante parte di sostanze vetrificanti, fondenti, stabilizzanti, affinanti, fluidificanti, coloranti e opacizzanti. Infatti la temperatura di fusione del vetro si aggira sui 1700°C., ma aggiungendo all’impasto le sostanze chiamate fondenti, costituite carbonato di potassio o di sodio, o più spesso da ossido di piombo, si riesce ad abbassare la temperatura di fusione intorno ai 1300°-1400° C. La presenza di fondente rende la pasta più lavorabile ma al tempo stesso riduce la resistenza dello smalto all’attacco dell’umidità; per questo si rende necessaria l’aggiunta dello stabilizzante che ha la funzione di ridurre al minimo questi fenomeni. Nella composizione del vetro si devono inoltre aggiungere gli opacizzanti per rendere la massa vetrosa non lucida , in genere essi sono composti da ossidi metallici ( una volta si utilizzava l’anidride solforosa ottenuta dalle ceneri delle osa ) e gli affinanti utilizzati per migliorare l’impasto facilitando la fuoriuscita delle bollicine di gas e costituiti da anidride arseniosa e nitrato sodico. Per colorare lo smalto si aggiungono in genere ossidi metallici come l’ossido di cobalto per il blu, l’ossido rameico per il verde, l’ossido rameoso per il rosso e quello di zinco per il bianco. A seconda del tipo di colorante impiegato, della temperatura di fusione e delle condizioni di cottura, la pasta vitrea assume tinte diverse. Le materie prime vengono polverizzate, mescolate e portate a fusione entro appositi forni intermittenti del tipo a crogiolo, molto simili a quelli utilizzati nell’antichità. A fusione avvenuta, la massa viscosa viene lasciata raffreddare fino alla temperatura di lavorazione di 900° C., si versa quindi su un piano metallico e si schiaccia con una pressa o un rullo. Si ottengono così delle piastre di forma rotondeggiante dette pizze dello spessore di1-2 cm. E con un diametro che varia dai 15 ai 30 cm. Queste vengono fatte raffreddare molto lentamente in speciali forni di ricottura fino a raggiungere temperatura ambiente. Il tempo necessario per questa operazione varia a seconda dello spessore delle piastre e del tipo di impasto da 3 a 12 ore ed è molto importante perché riduce al minimo le tensioni interne alla massa vetrosa evitando così che si verifichino sfaldamenti e scheggiature durante il taglio della tessera.
GLI SMALTI D’ORO E D’ARGENTO
Anche la produzione di smalti d’oro e d’argento è rimasta sostanzialmente immutata dall’antichità ad oggi. Il primo utilizzo di vetri dorati si ebbe verso il III sec. d.C. a Roma con dei dischi aurei incassati nelle pareti dei loculi delle catacombe. L’impiego delle tessere si ebbe più tardi verso il IV-V sec. d.C., per divenire solo in epoca bizantina e fino ala fine del medioevo un elemento caratteristico. Il procedimento di fabbricazione è cambiato nel tempo. I romani usavano applicare una sottilissima foglia d’oro a freddo fissandola con delle resine organiche al fondo e alla cartellina, una pellicola di vetro sottilissimo serviva da protezione. I bizantini invece posavano questa preziosa lamina metallica su una lastra di fondo opportunamente inumidita e la ricoprivano con un sottile strato di vetro in polvere, alla fine fondevano il tutto in modo tale da ottenere una massa vetrosa compatta. Questo metodo venne migliorato dai maestri vetrai veneziani nel XIV sec..
Essi usavano far aderire la lamina d’oro alla lastra di fondo con la chiara d’uovo, quindi la ricoprivano con un sottile strato di vetro e la rimettevano a cuocere nel forno con un peso sopra in modo che aderisse perfettamente. Attualmente a livello artigianale gli smalti vengono prodotti applicando ad umido la foglia d’oro su di una lastra di vetro di circa 8-10 mm che funge da sostegno e che viene poi introdotta in forno ricoperta da una sottile pellicola di 0,8-1 mm di vetro fuso. Nell’industria moderna il metodo più usato consiste nell’applicare la lamina su un cilindro cavo di vetro molto sottile, che funge da cartellina, preventivamente bagnato con acqua distillata. Questo viene poi sovrapposto, dal lato della foglia, alla piastra di fondo e messo in forno. Quando, per effetto del calore, la cartellina di distende sulla piastra, viene estratta dal forno e pressata con un rullo metallico. Attualmente, per ottenere varie tonalità d’oro o d’argento vengono colorati sia la cartellina che il vetro di fondo.
GLI SMALTI FILATI
Oltre ai sistemi di lavorazione dello smalto appena descritti, con i quali si realizzano le tessere attraverso il taglio delle pizze, esiste un altro tipo di produzione denominato filatura che consente di ottenere tessere di dimensioni inferiori al millimetro per la realizzazione dei mosaici così detti minuti o in miniatura.
La tecnica dello smalto filato,elaborata verso il 1770 presso lo studio del Mosaico Vaticano, consiste appunto nel filare la pasta vitrea colorata in sottilissime bacchette, delle teche, di sezione rettangolare o quadrata, dalle quali si ottengono le minutissime tessere.Per la filatura vengono impiegate piastre di madritinte, cioè paste vitree colorate nella cui miscela base è presente un’alta percentuale di ossidi colorati. A seconda delle sfumature di colore che si vuole ottenere si mescolano pezzetti di madritinte diverse e si procede poi alla fusione attraverso il forno a crogiolo.
Quando la massa vetrosa si è fusa viene poi filata, cioè tirata a mano con delle pinze da fuoco, fino a che si ottiene la teca dello spessore voluto.Le teche misurano normalmente 2-3 m. di lunghezza e sezioni che vanno da 1 a 4-5 mm. Esse non richiedono ricottura e vengono lasciate raffreddare per poi essere opportunamente sezionate.
Con questo tipo di lavorazione si possono ottenere una gamma infinita di tonalità semplicemente mescolando madritinte diverse.
ALTRI MATERIALI PER IL MOSAICO
Nelle composizioni visive possono essere utilizzati altri materiali: pietre dure o semipreziose , madreperle e terrecotte.Le pietre dure o semipreziose quali agate, lapislazzuli,giade, onici e quarzi, oltre a problemi di costo, presentano difficoltà di taglio che richiedono l’utilizzo di strumenti sofisticati.La madreperla è lo strato interno della conchiglia di vari molluschi; la struttura lamellare, in cui strati calcarei si succedono ad altri di sostanza organica.
Fino a qualche anno fa era di uso corrente, oggi, diventata costosa e di non facile reperibilità, viene sostituita da materie plastiche. La terra cotta è un prodotto ceramico a pasta porosa, fabbricato con argilla naturale cotta ad una temperatura tra gli 800 e i 1000° C. Nonostante la facile lavorabilità, il loro utilizzo è limitato dalla ristrettezza cromatica e dalla relativa fragilità.
I LEGANTI
Tra i materiali musivi, il legante è particolarmente importante perché dalle sue caratteristiche dipende la durata nel tempo dell’opera musiva. Fin dall’antichità il mosaicista ha ricercato e testato numerose sostanze chimiche, naturali e composti per trovare il legante con la migliore lavorabilità e resistenza nel tempo. Le sostanze impiegate sono state numerosissime.Le più antiche composizioni musive su tavolette di legno di epoca sumerica, rivelano l’utilizzo di una pasta naturale bituminosa, gli egizi utilizzarono la calce aerea ed il gesso, i fenici inventarono il più semplice ed efficace dei leganti idraulici ottenuto mescolando polvere di argilla cotta con la calce, i greci svilupparono l’invenzione dei fenici aggiungendovi terra pomicea vulcanica di Santorini, i romani a loro volta migliorarono questo composto addizionandolo di sabbia, polvere di marmo e mattone, ghiaia e pozzolana di natura vulcanica. Infine, nel medioevo e nel rinascimento gli impasti utilizzati furono principalmente delle calci idrauliche.Sarà solo a partire dal XIX sec. che i mosaici inizieranno ad usare il cemento Portland.
LE PRINCIPALI MATERIE PRIME
La calce è un prodotto di decomposizione della pietra di calce o calcare per eliminazione dell’anidride carbonica contenuta in essa tramite riscaldamento. I calcari sono rocce di origine sedimentaria o metamorfica costituite da carbonato di calcio puro. Essa si ottiene mantenendo la materia prima in un apposito forno a 800-900 C. e spegnendo o idratando il prodotto così ottenuto. Il calcare durante la cottura libera anidride carbonica e si trasforma in calce viva, una massa porosa che posta a contatto con l’acqua diventa calce spenta. Essa si presenta in commercio sotto forma di una polvere biancastra ed è un legante aereo nel senso che si consolida per reazione con l’anidride carbonica dell’aria disgregandosi a contatto con l’acqua. A seconda della quantità d’acqua impiegata nella fase d’idratazione la calce spenta si trasforma in calce idrata o grassello. La prima è una polvere soffice e fine, mentre il secondo si presenta come una pasta bianca ed untuosa. Il cemento è una polvere grigio-verdastra. Quello naturale si ottiene lavorando le marne: rocce di natura sedimentaria formate da calcare ed argilla, mentre per quello artificiale si parte da apposite miscele di calcari e argilla. Quest’ultimo viene anche utilizzato per colorare di bianco la malta visibile negli interstizi del mosaico ed è prodotto usando marne prive di ossido di ferro. I materiali che compongono il cemento vengono prima cotti in forni rotativi ad una temperatura di 1500C., poi stagionati e ridotti in polvere. La sabbia è una roccia incoerente di natura sedimentaria, derivata dalla disgregazione di altre rocce per effetto dell’erosione dell’acqua e degli agenti atmosferici. La sabbia più utilizzata per le malte è quella di fiume.
LE RESINE
Oggi c’è una notevole quantità di resine sintetiche, con caratteristiche molto differenziate che consentono di risolvere qualsiasi problema tecnico. In questo campo le resine usate possono essere divise in tre gruppi: quelle acriliche, viniliche ed epossidiche. Le resine acriliche sono spesso usate in emulsione come adesivo in una miscela di sabbia, polvere di marmo e polvere di mattone; l’impasto così ottenuto, avendo una resistenza limitata, è più adatto agli interni. Anche le resine viniliche vengono usate in emulsione per legare sabbia, polvere di marmo e di mattone ed inoltre permettono l’aggiunta di coloranti e di colori inorganici quali silicati, carbonati e solfuri. Il composto più usato è acetato di polivinile. Le resine epossidiche sono caratterizzate da una notevole resistenza e sono quindi adatte per esterni; la lavorabilità di questo tipo di malta è legata al tipo di carica in essa presente, il risultato migliore è dato dalla sabbia di quarzo preventivamente sottoposta ad un accurato lavaggio o da qualsiasi altro materiale non igroscopico e privo di componenti organici.
ALTRI MATERIALI
Per rendere più leggeri i mosaici si possono mescolare negli impasti dei materiali a baso peso specifico come ad esempio l’argilla espansa in perle o pozzolana in grani più o meno grossi. L’argilla espansa è un inerte di tipo ceramico leggero e resistente che si trova in commercio sia sfuso che impastato a sabbia e cemento. Si ottiene per espansione cocendo in un forno rotante un tipo di argilla cruda di particolare composizione mineralogica e chimica. Le pozzolane sono rocce di tipo vulcanica, fossile o sedimentaria che si trovano in commercio sotto forma di sabbie o di grani di diversa dimensione.
LA PREPARAZIONE DEI LEGANTI E
LA LORO LAVORABILITA’
Esistono diversi tipi di leganti ognuno adatto ad un determinato tipo di utilizzo, collocazione o supporto e in base a queste variabili e alla resistenza che si vuole dare all’amalgama vi possono essere piccole variazioni nelle parti che la compongono. I maestri mosaicisti usavano aggiungere all’impasto polvere di mattone perché questa gli conferiva una colorazione calda. Ai giorni d’oggi esistono di coloranti in polvere che permettono di dare all’impasto qualsiasi tonalità. I più usati sono le terre e gli ossidi ma la quantità presente non deve superare il 10% di quella del cemento, ben amalgamati in modo che si sciolgano gli eventuali grumi e il composto risulti omogeneo, bisogna fare attenzione però a non esagerare in quanto questo provocherebbe la separazione dell’acqua dagli altri elementi. I tempi di lavorabilità di un impasto dipendono dalla durata necessaria ala presa, all’indurimento e alla conseguente cementazione degli elementi fino ad ottenere u blocco unico. Questi fenomeni dipendono da due fattori: quantità presente d’acqua nell’impasto e temperatura ambiente. L’eccesso d’acqua rallenta il tempo necessario alla presa e allo stesso tempo diminuisce la resistenza meccanica dell’impasto. Per quanto riguarda la temperatura, quella calda accelera il fenomeno di presa. Bisogna comunque ricordare che, per prolungare i tempi di lavorabilità, il supporto su cui si applica l’impasto va sempre inumidito.
MALTA DI CALCE AEREA
In passato la calce si produceva esclusivamente sotto forma di grassello, oggi invece si preferisce ottenere questa sostanza mescolando quattro parti di polvere di calce aerea spenta con tre parti di acqua fino ad ottenere una pasta morbida e bianca che bisogna poi lasciar riposare almeno tre settimane. Il grassello viene successivamente impastato con acqua e cariche, generalmente di sabbia e polvere di mattone, in rapporto di 1 a 2-3, si forma così una malta plastica più o meno densa, che a contatto con l’anidride carbonica si essicca e indurisce facendo presa. Infatti al termine di questa operazione chiamata di carbonatazione , la calce ritorna alla composizione chimica della roccia calcarea d partenza e le cariche aggiunte impediscono che si formino crepe e aumentano la superficie di adesione del legante. Per uno spessore di 2-3 cm. i tempi di lavorabilità possono arrivare a sette giorni. Per ritardarne l’indurimento bisogna seguire alcune regole: bagnare la superficie su cui si appoggia la malta e, mentre si lavora, anche la parte posteriore dell’eventuale supporto musivo, inumidire il mosaico e coprirlo con un foglio di plastica nelle pause della posa. Grazie a questi accorgimenti si può interrompere il lavoro ogni volta si renda necessario, e quindi si può lavorare più facilmente e velocemente, permette di evitare di dover rifare l’impasto, le uniture, la stampa e di controllare ed eventualmente correggere il lavoro. Questo tipo di legante è utilizzato soprattutto nel metodo diretto su stucco provvisorio.
CEMENTO PORTLAND
Il prodotto è ottenuto da una miscela d’argilla (22%) e calcare (78%) cotti in forni rotanti a temperature molto elevate(1500° C.). Il materiale ottenuto detto clinker, dopo essere stato finemente macinato e addizionato di gesso(3%), dà origine alla caratteristica polvere grigia. La malta ottenuta viene impastata con acqua e sabbia in un rapporto di 1 a 3 e indurisce nei primi 28 giorni per poi far presa definitivamente nell’arco di alcuni anni. Questo tipo di cemento garantisce un’alta resistenza all’umidità, la più grande nemica del mosaico, un ritiro minimo e buone proprietà adesive, per questo consente di applicarne degli strati meno spessi e ha una resistenza nel tempo maggiore di quella ottenuta dalle calci idrauliche. Esistono però alcuni svantaggi perché esso contiene una certa quantità di sali facilmente dilavabili che, per effetto dell’umidità, si depositano sulla superficie musiva lasciando delle incrostazioni che alterano il colore naturale del mosaico. Inoltre, in presenza di acqua contenente anidride carbonica o solfati, lo scioglimento dei sali crea un conseguente aumento della porosità del legante e relativi fenomeni di degrado. A questa serie di inconvenienti si ovviato impiegando cementi pozzolanici o d’altoforno che contengono le sostanze da cui prendono il nome, capaci di fissare i sali che si formano durante la presa in composti solubili, inoltre presentano impermeabilità, indurimento progressivo e una notevole resistenza all’attacco delle acque pure e gessose. Malta di cemento a presa lenta e calce è formata da tre parti di cemento a presa lenta mescolato con polvere di calce aerea spenta e da una parte di sabbia e da mezza di parte acqua.Essa viene stesa un po’ alla volta man mano che si procede alla realizzazione del mosaico con il metodo diretto. Boiacca è un impasto molto liquido composto da una parte di cemento e due di acqua. Essa viene applicata con u pennello per riempire gli interstizi presenti tra le tessere dopo che il mosaico è stato scalzato dal letto di stucco provvisorio e accuratamente pulito. Per quanto riguarda i tempi di lavorabilità, per uno spessore di 2-3 cm. essi sono circa di 2 ore. Dopo 10 ore circa a presa terminata l’impasto non è più deformabile, l’indurimento procede rapidamente per 4 settimane e raggiunge il suo massimo dopo 10 anni. Malta di cemento si ottiene mescolando due parti di cemento, due parti di sabbia e una di acqua. Essa viene utilizzata sul rovescio del mosaico dopo la boiacca.
I COLLANTI
I collanti vengono utilizzati quasi esclusivamente nel metodo diretto su stucco provvisorio per far aderire la tarlantana alle tessere del mosaico e per questo devono essere perfettamente solubili in acqua. Essi possono essere costituiti da colla animale come “colla di pelle o di coniglio” oppure colla di farina con un po’ di colla da falegname che li rende più efficaci. Qualunque sia la componente base, il colante va preparato facendo cuocere la materia prima a bagnomaria con l’aggiunta progressiva di poca acqua, facendo attenzione a mescolare continuamente.L’amalgama adesiva così ottenuta va applicata immediatamente usando un pennello.
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